Caritas, la sfida dell’advocacy: “Non basta aiutare, serve cambiare le cause delle povertà”

Si è concluso a Sacrofano il 45° Convegno nazionale di Caritas Italiana, che dal 16 al 19 aprile 2026 ha riunito circa 600 tra direttori e collaboratori delle Caritas diocesane. Per la Caritas diocesana di Termoli – Larino hanno partecipato i direttori, Vito Chimienti ed Anna Bernardi. Quattro giorni di confronto intenso, segnati da un filo conduttore chiaro: non basta rispondere ai bisogni, occorre interrogare e trasformare le cause di povertà, esclusione e disuguaglianze.

Il titolo dell’incontro — “Annunciare il Vangelo e promuovere l’umano. «Imparate a fare il bene, cercate la giustizia» (Is 1,17)” — ha sintetizzato la duplice vocazione della Caritas: unire evangelizzazione e promozione umana, evitando squilibri tra dimensione spirituale e azione sociale.

Ad aprire i lavori è stato Carlo Roberto Maria Redaelli, che ha richiamato le radici dell’organismo ecclesiale, a 55 anni dalla sua fondazione, sottolineando la necessità di una carità “pedagogica”, capace di educare e non solo di intervenire. Centrale il tema dell’advocacy: dare voce a chi non ha voce, partendo dall’ascolto dei poveri e costruendo un dialogo con le istituzioni.

Sulla stessa linea Giuseppe Baturi, che ha definito la carità “il volto paterno e materno della Chiesa”, ribadendo la dimensione comunitaria della missione: “Va’, e anche tu fa’ lo stesso” non è un invito individuale, ma un compito condiviso.

La seconda giornata ha messo al centro il ruolo delle comunità. La politologa Chiara Tintori ha parlato di una “policrisi” che attraversa famiglia, scuola, politica e società, generando disorientamento e nuove disuguaglianze. In questo contesto, ha sottolineato, essere voce dei fragili significa adottare un metodo sinodale — vedere, discernere, agire — e riconoscere che la fragilità appartiene a tutti.

Il dibattito si è allargato poi a diversi ambiti: dal lavoro, con l’intervento di Elsa Fornero, che ha invocato una maggiore educazione economica e un welfare condiviso, alle migrazioni, analizzate dal giornalista Luca Misculin, fino alla dimensione sociale e giuridica affrontata da Marta Cartabia, che ha richiamato l’importanza della giustizia riparativa come ricostruzione delle relazioni.

Lo sguardo si è fatto internazionale nella terza giornata, con interventi provenienti da diversi continenti. Tra questi, quello di Fortunatus Nwachukwu, che ha ribadito come l’evangelizzazione resti il cuore della missione della Chiesa: una testimonianza credibile passa sempre attraverso la vita concreta e il dono di sé.

A chiudere il convegno, la riflessione politica affidata a Romano Prodi, che ha dialogato con i giovani sui grandi nodi del presente: lavoro, migrazioni, pace e partecipazione. Pur riconoscendo il valore del volontariato, Prodi ha sottolineato la necessità di incidere maggiormente a livello strutturale: “Serve trasformare i problemi in questioni collettive, capaci di coinvolgere tutta la società”.

Nelle conclusioni, il direttore Marco Pagniello ha rilanciato alcune priorità per il futuro: rafforzare il lavoro di rete tra le diocesi, migliorare la raccolta dei dati territoriali, promuovere la pace e ricucire la frattura tra Vangelo e vita. “La forza della Caritas — ha detto — sta nel camminare insieme e nel pensare insieme”.

Simbolo del convegno è stato l’albero di Ginkgo, pianta sopravvissuta alla bomba di Hiroshima, scelta come immagine di resilienza e rinascita: un richiamo a un impegno che, come la cura di quell’albero, richiede continuità e responsabilità.

Tra le iniziative concrete lanciate, la campagna contro il gioco d’azzardo “Vince chi smette” e il sostegno al progetto 2×1000 di Libera, segni di una Caritas che intende rafforzare il proprio ruolo non solo nell’assistenza, ma anche nella trasformazione sociale.

Il convegno si è concluso con la celebrazione eucaristica, lasciando in eredità una sfida chiara: essere sempre più una Chiesa capace di ascoltare, denunciare e costruire giustizia, partendo dagli ultimi.

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